Riassorbimento radicolare cos’è, tipologie e cause

Ci sono alterazioni del dente che non hanno nulla a che vedere con la carie e non dipendono nemmeno dall’abrasione dello spazzolino: quando parliamo di riassorbimento radicolare ci riferiamo a un processo biologico attraverso il quale alcune cellule iniziano a rimuovere tessuto dentale dall’interno o dalla superficie della radice. Il risultato può essere una perdita lenta e progressiva di struttura, spesso senza segnali immediati. Per questo il riassorbimento dentale richiede un inquadramento accurato e non si risolve limitandosi ad un intervento singolo, ma si gestisce definendo con precisione dove nasce, quanto è esteso e con quale velocità sta progredendo.

 

Riassorbimento radicolare: cos’è

Con riassorbimento radicolare si descrive una perdita patologica di tessuti duri mediata da cellule con attività clastica chimate odontoclasti. Nei denti permanenti è un evento indesiderato e non è reversibile poichè il tessuto perso non torna mai come prima. Questo è il motivo per cui la diagnosi è un elemento essenziale del percorso clinico, anche se occorre fare molta attenzione in questa fase perché alcune forme di riassorbimento radicolare possono imitare altre lesioni: per esempio carie o difetti cervicali, con il rischio di non capire dove e come stia progredendo la perdita di tessuto. L’imaging serve anche a comprendere se il processo nasce dentro il dente oppure fuori, e quanto è già avanzato.

È importante tenere presente che il riassorbimento non procede in modo uniforme, può infatti rimanere stabile per un periodo e poi accelerare, oppure evolvere lentamente, ma in modo costante. L’approfondimento diagnostico porta il dentista a valutare diversi fattori come:

  • Dove si trova la lesione;
  • Quali superfici coinvolge;
  • Quanta struttura è già stata persa.

In altre parole, la diagnosi permette di impostare controlli mirati nel tempo stabilendo il percorso terapeutico migliore per il paziente.

Dal punto di vista clinico, la diagnosi integra sempre più livelli: osservazione, test di vitalità, valutazione dei tessuti gengivali e lettura radiografica. La radiografia endorale è spesso il primo passaggio, ma non sempre consente di comprendere la tridimensionalità del difetto; per questo, in casi selezionati, la CBCT può offrire informazioni decisive su estensione, pareti residue e vicinanza a strutture critiche.

Infine, ricordiamoci che la gestione non coincide automaticamente con un intervento immediato: alcune situazioni richiedono trattamento, altre monitoraggio ravvicinato e correzione dei fattori favorenti, con l’obiettivo di mantenere il dente stabile e funzionale il più a lungo possibile.

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Riassorbimento radicolare: tipologie

La distinzione più utile in letteratura e studi clinici non è tra grave o lieve, ma fra interno ed esterno, ovvero la sede di origine del processo.

  • Riassorbimento interno. Il riassorbimento interno del dente origina nella cavità pulpare e scava dall’interno verso l’esterno. È legato a condizioni infiammatorie pulpari, spesso croniche o subcroniche, che rendono possibile l’azione degli odontoclasti sulla dentina. Radiograficamente può apparire come un allargamento ovale del canale o della camera pulpare.
  • Riassorbimento esterno. Il riassorbimento esterno nasce dalla superficie radicolare, quindi dal lato del legamento parodontale e coinvolge cemento e dentina dall’esterno verso l’interno. È molto spesso insidioso perché nelle fasi iniziali può non dare sintomi evidenti e può localizzarsi vicino al colletto del dente.

Per stabilire di fronte a che tipo di riassorbimento radicolare ci si trova si inizia prima ad effettuare le radiografie endorali, spesso eseguite con più angolazioni, poi come esame di secondo livello in alcuni casi si ricorre alla CBCT a piccolo campo: FOV ridotto e alta risoluzione. Così si riesce a localizzare con precisione la lesione e valutarne l’estensione.

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Riassorbimento dentale: sintomi e cause

Come dicevamo nel paragrafo precedente, una delle caratteristiche più tipiche del riassorbimento dentale è la possibile assenza di segnali chiari all’inizio. Quando compaiono, i sintomi riportati possono includere dolore localizzato, gonfiore gengivale, maggiore fragilità del dente, piccoli buchi o difetti visibili anche a occhio nudo, infine variazioni di colore. Nel riassorbimento radicolare interno può comparire una discromia rosata, detta pink spot, dovuta all’assottigliamento della dentina e alla maggiore trasparenza dei tessuti interni nelle fasi più avanzate.

Sul fronte delle cause, il riassorbimento radicolare può svilupparsi a partire da fattori diversi e non sempre riconducibili a un singolo evento. Tra i principali elementi associati rientrano i traumi dentali, i trattamenti ortodontici protratti nel tempo e il bruxismo, che possono determinare microdanni o alterazioni dell’ambiente parodontale e del cemento radicolare. Anche alcune condizioni cliniche o procedure, come ad esempio sbiancamenti interni non correttamente gestiti, possono favorire uno squilibrio biologico dei tessuti radicolari. In una parte dei casi, tuttavia, non emerge una causa definita e il quadro viene classificato come idiopatico.

Il riassorbimento radicolare non è un’etichetta generica, ma un processo biologico preciso, con forme interne ed esterne, ciascuna con segnali, dinamiche e implicazioni diverse. Chi fa la differenza è il dentista che, attraverso una corretta diagnosi, definisce sede, estensione e prognosi, e va a scegliere il percorso terapeutico più adatto al singolo caso.

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